ROOMS 2.0 DI ABOUT:BLANK

Otto punti di vista under 30:

 

«Il ventre caldo e rassicurante di una tenda da campeggio semitrasparente ospita un corpo pulsante di passioni e sentimento. Questa è l’essenza di Rooms 2.0, uno spettacolo studiato per un’attrice monologante che arriva a fondersi con il suo personaggio: Elisabetta Mossa è molto convincente nella sua interpretazione di Olivia, una hikikomori d’Occidente che si ritira dalla società e si isola in un mondo web. La sua solitudine in scena la rende paradigma assoluto e incontrastato dell’essere umano ma – e qui sta il merito maggiore della pièce – non appiattisce il carattere del personaggio ad un’eroina tragica, Antigone sepolta viva dalle sofferenze. Ad un certo punto, nella drammaturgia si inserisce la coscienza di Olivia, l’antitesi della sua scelta di reclusione; da quel momento è tutto un serrato dialogo tra la realtà e ciò che avrebbe potuto succedere nella vita della giovane donna, che potrebbe accadere nella vita di tutti noi. »

Giulio Bellotto, giovane critico, 21 anni, Milano

 

«About:blank propone al pubblico un fenomeno ancora poco trattato, quello degli hikikomori: giovani che decidono di vivere collegati solo telematicamente con il mondo esterno. Potenzialmente il tema si presterebbe a molteplici spunti di riflessione; in realtà ne risulta uno spettacolo che ricorda più che altro il flusso di coscienza di una giovane adulta in crisi post-adolescenziale. Gli espedienti scenografici e tecnici – lampadine, schermo e videocamera, tenda – danno allo spettacolo un ritmo piacevole e sono il vero punto di forza dello spettacolo. »

Alessia Calzolari, giovane critica, 28 anni, Milano

 

«Una dichiarazione d’intenti esibita a partire dalla maglietta, “odio tutti” e la scelta conseguente: la reclusione. Un’autoreclusione a dire il vero, secondo i crismi degli anni ’10 del duemila, in regime di libertà vigilata dal web. La protagonista, impegnata nell’esercizio masochistico di esposizione alle correnti di internet, condivide il suo percorso tra fraintendimenti, derisioni, analisi sprezzanti e insinuazioni di ogni sorta, secondo la semantica e la grammatica del 2.0, che altro non chiede che fenomeni temporanei da vetrina. Di notifica in notifica, da una lampadina all’altra tra quelle che puntellano la steppa della sua prigionia, la protagonista si espone in un mondo che non conosce verità ma solo interpretazione, che non ha dati ma solo arbitrio. A poco a poco emerge il nucleo della sua sofferenza, che verrà affrontata senza i fraintendimenti della comunicazione digitale. Così l’impalcatura stessa delle paure diventa l’abito per la riabilitazione. Solo portando il peso della reclusione e della prigionia c’è liberazione. Uno spettacolo maturo, nella forma e nella sostanza, con una regia pienamente consapevole e che con la creazioni di più strati di significato impone una riflessione profonda in chi guarda.»

Stefano Cangianogiovane critico, 26 anni, Napoli

 

«Portavoce di una generazione debole, Olivia, quasi trentenne, non vuole più uscire di casa, e rimane attaccata al mondo solo attraverso un cordone ombelicale fatto di social network. Non è chiaro con precisione in quale punto si collochi questa reclusione autoimposta, tra l’eremitismo patologico degli hikikomori e l’esperimento sociale/fenomeno facebookiano tutto esteriore; rimane latente, di conseguenza, uno scavo nel personaggio che spiani la strada a momenti di maggiore autenticità e profondità e dia significato alla segregazione di cui sopra. È invece vivace e piacevole il dialogo con l’esterno, che però non va oltre la superficie e, alla lunga, risulta un po’ autocompiaciuto.»

Anna Cingi, giovane critica, 22 anni, Reggio Emilia

 

«Nell’isolamento degli hikikomori una giovane donna trova spunto per un curioso esperimento: rinchiudersi in casa, non vedere nessuno e sperimentare la compagnia del solo mondo virtuale. Con brillanti trovate visive, quali l’interazione tra luce, gesto e suono, questo spettacolo offre una visione attuale e più che mai moderna del mondo in cui viviamo e del mondo virtuale dietro il quale ci nascondiamo. Non importa quali siano le cause di questo malessere, la cosa importante è superarle e avere il coraggio di uscire e vivere a pieno -vittorie e sconfitte- perché la vita è questo, una possibilità e di certo a noi giovani non riusciranno a toglierci anche la speranza.»

Chiara Girardi, giovane critica, 23 anni, Roma

 

«La drammaturgia per attrice e coro web di About:Blank intende esplorare il dilagante (davvero?) fenomeno degli hikikomori, giovani nipponici che si segregano in casa e cedono la propria vita in cambio d’un esistenza solo virtuale. Pare che anche in Italia in molti ne abbiano seguito le orme, per moda o scelta di vita. Room 2.0 si lascia andare però ad un sentimentalismo narcisistico, in cui la nostra generazione rimira sconsolata e compiaciuta la propria pochezza reattiva. Non mancano momenti felici di ironia e comicità e la scena affascina, con tante lampadine accese ed intermittenti che contrassegnano le relazioni con l’esterno del personaggio, sepolto in una canadese. Il finale moralista abbatte cuori e spettatori e in un certo senso vanifica col suo fatalismo umanitario l’esperimento antropologico – ed esistenziale – della protagonista.»

Giulia Morelli, giovane critica, 28 anni, Parma

 

«Esperimento di auto-reclusione parziale ad opera di una giovane donna capricciosa e volubile. L’isolamento avviene a metà perché permane una fitta rete di dialoghi online. Qualche buona intuizione per uno spettacolo che tuttavia cede alle lusinghe dell’ammiccamento al pubblico, producendo un quadro ancora acerbo che si mantiene a raso dell’epidermide.»

Giulia Muroni, giovane critica, 23 anni, Cagliari

 

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