Bahamut | Intervista DU30

 

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Bahamut è una compagnia totalmente giovanile: è nata solo nel 2015 ed è composta da tre attori (Paola Giannini, Andrea Delfino e Leonardo Manzan) e una drammaturga (Camilla Mattiuzzo), tutti appena diplomati alla “Paolo Grassi” di Milano.

Hanno presentato al Teatro Sociale di Gualtieri il loro primo spettacolo: “It’s app to you- o del solipsismo”.

Li abbiamo incontrati subito dopo la messinscena, per una chiacchierata atta a sondare gli aspetti più interessanti del loro iter creativo e della loro performance.

 

”It’s app to you- o del solipsismo” è il primissimo lavoro di un gruppo che è appena nato. Come vi siete “scelti” e perché?

 

Noi attori proveniamo dalla medesima classe della “Paolo Grassi” di Milano. Questo progetto è nato da un’idea di Paola e Leonardo, già all’interno dell’Accademia, sviluppato inizialmente durante un laboratorio condotto da Antonio Latella. Una volta diplomati, abbiamo deciso di svilupparlo ulteriormente: abbiamo incluso Camilla per avere un prezioso aiuto drammaturgico, perché avevamo già avuto modo di apprezzare il suo modo di scrivere. Per ultimo è entrato Andrea, nostro amico e compagno ai tempi della “Paolo Grassi”. Siamo molto contenti di tale formazione e vogliamo assolutamente continuare a lavorare insieme.

 

Come nasce l’idea di rappresentare una realtà virtuale in relazione al tema della “non scelta” e come si è sviluppato il vostro percorso creativo?

Inizialmente, proprio nel già citato laboratorio con Antonio Latella, abbiamo lavorato su “Orgia” di Pasolini, di cui abbiamo voluto creare una “versione-videogioco”. Il tema del solipsismo ci premeva molto, ma è venuto, in realtà,  da sé, in seconda battuta, costruendo lo spettacolo: avendo intuito che proprio tale questione poteva essere una buona chiave di lavoro, abbiamo accelerato in tale direzione. Camilla, poi, ha iniziato a scrivere il testo, ma abbiamo sempre continuato ad applicare il metodo della drammaturgia attiva, lavorando in scena e modificando ciò che era scritto in virtù di ciò che scoprivamo durante le prove.

 

Nel testo si avverte una forte miscellanea: un felice incontro di echi letterari e di riferimenti ai videogiochi della nostra generazione.

 

Esattamente. Da una parte ci sono citazioni derivanti dalla letteratura (come nel caso dell’immagine del chicco di caffè, tratta dal “Er caffettiere fisolofo” di Giuseppe Gioacchino Belli), dall’altra sono molti i riferimenti alla realtà filmica (“Matrix”) e videoludica: abbiamo studiato e poi riprodotto attentamente i meccanismi, gli elementi grafici (come nel caso delle scatole degli indizi, tratte chiaramente dal mondo di “Super Mario Bros”) e gli stessi personaggi, quali Lara Croft di “Tomb Raider” e Hitman (a cui si deve il nome del nostro personaggio “47” e l’abbigliamento di Andrea, che interpreta “Algoritmo”).

 

È molto interessante notare la differenza della qualità del vostro movimento: molto tecnico per l’”avatar” interpretato da Paola, molto “morbido” quello di Leonardo.

 

Paola ha lavorato moltissimo per imitazione: studiando attentamente i personaggi dei videogiochi, ha indagato la loro mimica, il loro respiro e il loro ritmo interno. Da lì sono state generate nuove scoperte: inizialmente ci si lascia investire da tali stimoli (musiche, qualità del fiato, suoni, respiri…) poi si vede cosa è accaduto. È stato un lavoro “in divenire”, che ha, tuttavia, sempre dovuto tenere conto della coerenza dei movimenti del personaggio dato.

La morbidezza del movimento di Leonardo nasce, invece, da un lavoro con una maschera, in Accademia, con l’insegnante Maria Consagra: non c’è mai una pausa nel movimento e ha come fulcro gli arti superiori, che sono, tra l’altro, lo strumento di potere, perché sono il punto di contatto con lo smartphone.

 

Andrea, invece, rimane per tutto il tempo immobile, dietro alla propria consolle di gioco. Com’è non potere scaricare la tensione attraverso il corpo, ma unicamente attraverso la parola?

 

In realtà è una facilitazione. Ciò permette di stare più in ascolto con Leonardo: nel momento in cui le mani godono di un appoggio, si è più portati ad ascoltare ciò che succede alle proprie spalle. In verità non si è mai realmente fermi: si è in continua tensione.

Ciò genera una triangolazione interessante e, tuttavia, complessa: per Leonardo la difficoltà iniziale consisteva nel rispondere alla non reale fonte di suono, mentre per Andrea è risultato inizialmente arduo recitare sempre in relazione con il contesto e con i compagni sul palco.  Una volta che il lavoro è andato avanti, tale difficoltà è diventata, infine, una profonda risorsa, soprattutto per indagare modalità nuove di rappresentazione.

 

L’intervista è stata condotta e curata da Clizia Riva e Giulio Bellotto.


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