La perdita | Punti di vista DU30

Opinioni della giuria critica su
LA PERDITA
della compagnia Duramadre

 

“La privazione del proprio spazio vitale diventa premessa alla follia.
Il dolore di una madre a cui è stata violentemente strappata la vita così come la conosceva dal proprio figlio si fa metafora dell’abuso da parte del potere sui cittadini.
La perdita è il tradimento inflitto da chi ami e da chi dovrebbe tutelarti.”
Imma Amitrano,  24 anni, Napoli

“Un carillon demoniaco cade dall’alto su una culla/gabbia di un bianco accecante, dove una madre siciliana è stata abbandonata dal figlio e dalla società intera. Sola con la sua memoria, simboleggiata dalla giovane che la conforta e la rifiuta al tempo stesso, l’anziana donna non può far altro che aggrapparsi alle proprie abitudini che la rendono così carnale.”
Sara Bonci,  25 anni, Arezzo

“La compagnia Duramadre propone uno spettacolo dalla duplice reclusione, individuale e sociale: all’interno di un quadrilatero luminoso invalicabile, una madre è prigioniera di un invisibile figlio aguzzino, che ne limita la libertà individuale in nome di una fasulla protezione.
Immerso in una Sicilia raccontata scrutando oltre l’oblò della stanza-cella, si snoda un dialogo fra la protagonista e il suo alter ego femminile, sviluppando una riflessione sulla garanzia dei diritti inalienabili dell’individuo.”
Clizia Riva, 30 anni, Reggio Emilia

“Duramadre indaga le dinamiche sociali dell’abuso di potere nella società e nel suo nucleo principale: la famiglia. Su una scenda candida e asettica si consuma lo strazio di una madre costretta dal figlio a vivere in una condizione di miseria in seguito ad una calamità naturale. Sullo sfondo le crisi e le emergenze che hanno scandito la storia e causato diversi black out della democrazia. Toni sanguigni restituiscono l’immagine di una società grezza, ferina, disumana non abituata a gestire la perdita. Una madre dura.”
Laura Timpanaro, 30 anni, Milano

“Una vicenda familiare diventa “affare di stato”, questione istituzionale e morale nella fantasia di Duramadre, giovane compagnia a prevalenza femminile che costringe in una scena candida e limitata una prigione asettica e ospedalica, ospizio di un’anziana dalla gioventù mai sopita in onirico dialogo con un immaginario folletto, l’unica evasione rimastole.”
Giulio Bellotto, 22 anni, Milano

“Due donne, una giovane ed una anziana, chiuse in una gabbia bianca. L’unico collegamento con l’esterno è una finestra attraverso la quale si osservano le vite degli altri che scorrono apparentemente tranquille.
Chi sono le due protagoniste? L’una lo specchio dell’altra, l’una completa l’altra, l’una non potrebbe esistere senza l’altra. Nel microcosmo della gabbia si sviluppa il tema, emblema della società contemporanea: La perdita è una riflessione sulla libertà personale e sociale, urlata, sussurrata, necessaria eppure troppo spesso negata.”
Valentina Dall’Ara, 30 anni, Vicenza

“Dramma sociale ambientato all’interno di una prigione domestica senza vie d’uscita. Ad una voce fuori campo di matrice germanica viene affidato l’arduo compito di veicolare il messaggio sotterraneo dell’intero lavoro in larga parte claudicante sebbene la buona prova delle due attrici sia convincente.”
Edoardo Borzi, 22 anni, Roma

 

 

 

 

 


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