Lumen| Intervista DU30

Lumen

Vincitori del premio della Giuria Popolare di Direction Under 30 con lo spettacolo Brevi giorni e Lunghe notti, Elisabetta Carosio e Gabriele Genovese della Compagnia Lumen hanno risposto ad alcune nostre domande.

Il vostro è un teatro di narrazione che si nutre della tradizione popolare, una cosa insolita per under 30.

Gabriele Genovese:  Sto seguendo un percorso personale sulla narrazione, sono interessato allo scarto tra narrazione e personaggio. Nello spettacolo che abbiamo presentato ci  sono personaggi reali insieme ad altre figure che vengono evocate, ma che non sono incarnate pienamente dal narratore. Il mio modo di entrare nel ruolo è un rendere omaggio con la mia aderenza emotiva all’ umanità che di cui parlo. All’ Università ho  studiato Culture, territorio e turismo, approfondendo studi antropologici e sociologici ho scoperto che il teatro popolare ha avuto la funzione fondamentale di ricucire le fratture nella storia di un territorio. Lavorando nei territori terremotati dell’Emilia Romagna ci siamo resi conto dell’importanza del lavoro drammaturgico per restituire una storia collettiva e creare una relazione con la gente. Il teatro fornisce possibilità di relazione umana attraverso il racconto. Come Under 30 sfruttiamo i racconti dei nostri nonni per conoscere il nostro passato ma ciò ha valore se c’è una dimensione di autenticità e non si scade nel folclore.

Come nasce Brevi giorni e lunghe notti?

Gabriele Genovese: ho lavorato su racconti della tradizione popolare, leggende tramandate oralmente dalla famiglia, storie della mia terra. La storia di una giovane ragazza costretta a partorire bendata e privata del figlio illegittimo subito dopo il parto si ispira ad un episodio realmente accaduto e si intreccia nella creazione drammaturgica con un altro episodio di cronaca: l’auto-accecamento volontario di un ragazzo. Infine diversi racconti del sud parlano di madri e figli separati dopo il parto che si riconoscono dopo molto tempo dal profumo o da un dettaglio. È un sensazione epidermica quella che lega madre-figlio, un istinto naturale.

Il vostro è uno spettacolo molto coinvolgente, la narrazione suggestiva porta la mente dello spettatore al sud, ai suoi colori e sapori.  Una pièce multisensoriale?

Elisabetta Carosio: È un lavoro concepito per essere replicato ovunque con una scenografia è essenziale e si regge molto sul lavoro dell’attore, la dimensione sensoriale diventa quindi uno strumento essenziale per agganciare il pubblico,  lasciargli un sentiero da seguire lungo la narrazione. Le sensazioni e il corpo dell’attore sono strumenti di scena.

Figli di chi era ambientato nel Nord-est in un piccolo paese, Brevi giorni e Lunghe notti in un paese di provincia del Sud. La dimensione provinciale sembra privilegiata nei vostri lavori.

Elisabetta Carosio: La provincia dà la possibilità di avvicinarci a storie e relazioni umane in modo più diretto. Bisogna  passare dal microcosmo per parlare di alcune cose e se la caratterizzazione dei personaggi tipici della provincia in apparenza crea distanza, in realtà favorisce l’immedesimazione. La morte, la provincia, la famiglia sono temi fondamentali della nostra ricerca.

Intervista realizzata da Laura Timpanaro e Imma Amitrano.


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