sulle ali della follia
laboratorio teatrale dell'ospedale psichiatrico giudiziario
di reggio emilia
All'aria il cielo si vede solo là in alto, incorniciato dal cemento, il cortile è il fondo di un pozzo incastrato tra quattro muri nel quale riecheggiano le voci della follia. Nessuno da fuori le sente, il pozzo è troppo profondo e queste si sovrappongono, si confondono le une con le altre, non hanno coerenza, sono un coacervo indistinto ma se si presta attenzione, se si ha pazienza e si tende l'orecchio alla fine qualcosa ne esce: è un ritratto della malattia mentale. Forse è abbozzato, incompleto, certo niente di scientifico, ma è abbastanza decifrabile da chiunque. Le voci parlano di rancori repressi, accumulati per giorni ed esplosi in un attimo, parlano di violenze quotidiane, di rituali ripetuti per rimanere in equilibrio sul filo della normalità, ma anche di storie d'amore finite male, di droga e di alcol, oppure raccontano come i pensieri ad un tratto comincino a incastrarsi nel cervello, a farsi ossessivi e di come alla fine ti vincano. Questo spettacolo è come un registratore calato nel pozzo: raccoglie le voci, le ossessioni e i pensieri che ristagnano nei sei metri per sei del cortile dell'aria. Ad esse fanno da controcanto lirico le ottave dell'Orlando furioso nelle quali Orlando diviene folle per amore di Angelica e ritrova il senno solamente grazie all'aiuto di Astolfo, che con il suo ippogrifo giunge sulla luna dove in un "vallon tra due montagne istretto" stanno le ampolle con il senno perduto dagli uomini sulla Terra. Orlando è stato fortunato a perdere il senno nel 1532, e a trovare un amico che lo aiutasse a ritrovarlo, se gli fosse capitato ai giorni nostri gli avrebbero fatto un TSO e l'avrebbero portato in Opg, dove Ariosto avrebbe fatto fatica a trovarlo.
Ci si potrebbe domandare: "perché registrare e portare fuori le voci dellaria?". Le necessità sono due fondamentalmente. La prima è mostrare che sebbene siamo convinti che dai ricoverati dell'Opg ci separi una spessa cortina di cemento simbolo di tutte le differenze tra noi e loro, nella realtà questa cortina si assottiglia parecchio, fino ad arrivare allo spessore di un invisibile membrana: comportamenti da matti fuori sono tollerati o addirittura celebrati, soprattutto nel mondo dello spettacolo, mentre dentro comportamenti normali vengono letti come segnali di una patologia. Insomma la differenza tra noi e loro molto spesso sta nel contesto in cui le cose avvengono.
La seconda necessità è quella di far capire che aspetto abbia la malattia mentale, mostrarne il volto perchè non sia temuta senza motivo. L'Opg infatti esiste a partire dalla paura: è il luogo dove la società ha sepolto i suoi timori più profondi, è luogo della rimozione. La paura della violenza, dell'irrazionale, della follia e la pietà per chi dalla malattia mentale viene colpito, hanno prodotto i luoghi come questo, mezzi carceri e mezzi ospedali. E se da una parte è normale che tempo fa siano stati creati, dall'altra forse è necessario che a trentanni dalla legge 180 qualcosa cambi. Molte sono le discussioni che si consumano in merito: c'è chi spinge per la chiusura definitiva degli Opg, che con il governo Prodi si sono mossi verso una lenta ospedalizzazione, chi invece pare legiferare nel senso di una rimanicomializzazione. Un esempio è il recente disegno di legge del nuovo governo che prevede l'allungamento dei Trattamenti Sanitari Obbligatori e, forse più preoccupante, la gestione della malattia mentale da parte di cliniche private. La situazione è complessa e le soluzioni non sono dietro l'angolo.
Sicuramente un luogo dove potersi fermare per recuperare il senno con l'aiuto di qualcuno è necessario, non dimentichiamo che Astolfo va fin sulla luna a recuperare quello di Orlando, ma l'Opg certamente non può essere questo luogo. L'Opg è un carcere, e sebbene molte persone in esso lavorino in direzione ostinata e contraria al regime carcerario, rimane pur sempre un carcere. Il carcere è fatto di ferro e cemento armato, le celle sono tre metri per tre e mezzo e ci si vive in due: questo è già sufficiente per correre il rischio di perderevi il senno piuttosto che ritrovarlo. Ad oggi uno soltanto degli Opg che ci sono in Italia non è un carcere ma un vero ospedale: quello di Castiglione delle Stiviere vicino a Mantova. Esso potrebbe essere il modello a cui ispirarsi per la conversione degli Opg: certo un ospedale costa molto di più di un carcere, sia come struttura che come mantenimento, ed è vero anche che contenere e molto più facile che curare, ma d'altra parte l'uomo quando è arrivato sulla luna lo ha fatto senza fare troppi conti in tasca, e quello che dobbiamo fare per gli Opg è proprio un viaggio sulla luna.
Ricoverati dell'Ospedale Psichiatrico Giudiziario
Monica Franzoni e Riccardo Paterlini
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> rassegna 2009
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