vita di dentro vita di fuori
laboratorio teatrale dell'ospedale psichiatrico giudiziario
di reggio emilia
Essere un ricoverato dell'O.p.g. è un marchio pesante, il più pesante di tutti, e spesso è faticoso guardare oltre questo marchio. Quando uno entra in O.p.g. viene etichettato attraverso una patologia, un reato oppure una cura farmacologica: la sua identità e la sua storia vengono lasciate da parte. Gli operatori la maggior parte delle volte conoscono solo l'aspetto particolare del ricoverato che li riguarda: gli agenti conoscono il reato, gli psichiatri la patologia, le infermiere la cura farmacologica il risultato è che la sua identità è irrimediabilmente franta. Anche i ricoverati stessi, tra di loro, fanno fatica a riconoscersi come persone con una storia alle spalle. Ne consegue un'anonimia generale, un appiattimento di tante storie diverse sotto l'etichetta comune di matti.
Da questa anonimia dei ricoverati è nata la necessità di raccogliere le loro storie e di dare loro un'identità attraverso di esse. Essi stessi avevano bisogno di raccontarsi, di riacquistare realtà.
La prima storia è arrivata per caso, parlando: "Oh! Ma tu sei arrivato con il gommone?"... e lui ha raccontato la sua storia, una storia eccezionale, così che subito anche gli altri hanno voluto raccontare la loro. Sono emerse storie quotidiane, vite strane, ma anche vite normali che non potevano rimanere rinchiuse, dovevano essere portate fuori, e il teatro era il mezzo giusto per farlo. Ognuno di loro raccontandosi ha ritrovato lo spessore di un vissuto, ha ritrovato una parte di sé.
Dietro ai ricoverati poi hanno cominciato ad emergere man mano altre storie non raccontate, non conosciute che dovevano acquistare uno spazio anch'esse: le storie di chi si occupa di loro.
Nello spettacolo così sono entrate anche la storia di un agente di polizia penitenziaria e quella di una madre, che come quelle dei ricoverati, sono storie dimenticate, rimaste ai margini.
La storia della madre in particolare, che contiene in realtà le storie simili di tante altre madri, diviene fondamentale per il senso dello spettacolo. La scelta di inserire la storia di una madre, tra le tante dei famigliari che soffrono dietro queste situazioni, è stata dettata dal fatto che una madre c'è quasi sempre: il legame con un figlio, a scapito di tutto, rimane in ogni caso, concreto ed indissolubile. Inoltre il dolore della madre ci più aiutare a guardare con un occhio diverso il ricoverato in O.p.g. Essa infatti vive una sofferenza divisa, quella di chi partecipa sia della vittima che del carnefice: il suo è un dolore esacerbato, vissuto in solitudine, dal quale, però, scaturiscono delle domande fondamentali, che dovrebbero riecheggiare nelle nostre coscienze, ma che fino ad oggi non hanno ricevuto risposta. "È mai possibile che nessuno si chieda che fine fanno i nostri figli più fragili?".
Da queste domande, dal dolore spezzato della madre, dalle storie di questi figli fragili risulta un affresco complesso dell'Ospedale psichiatrico giudiziario, che dal gusto scabro della cronaca nera e delle prime pagine dei giornali non viene mai fuori.
Ricoverati dell'Ospedale Psichiatrico Giudiziario
Monica Franzoni e Riccardo Paterlini
Testo:
Regia:
Attori:
> rassegna 2009
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