IL TEATRO
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IL PRESENTE
IL TEATRO SOCIALE 1905
Nel 1905 l'Amministrazione comunale socialista decide di procedere alla ristrutturazione e allampliamento del Teatro Principe andato in fumo. Il progetto è affidato al perito Vittorio Mazzoli, mentre le decorazioni verranno eseguite da Villa di Reggio Emilia.
Dopo un primo preventivo ci si rende però conto che i soldi non sono sufficienti: il Comune da solo non è in grado di affrontare l'onerosissimo intervento. Così, 29 giugno 1905, viene fondata la Società Teatrale, costituita dai palchettisti, futuri proprietari dei palchi di primo e secondo ordine. Essa contribuisce con circa 2.000 lire alla spesa complessiva di 25.000, e si assume la gestione del Teatro, a questo punto Sociale, per 99 anni.
I lavori di ristrutturazione e ampliamento cominciano subito dopo la costituzione della Società : quel che rimane del Teatro Principe in legno viene completamente demolito; le pareti laterali portanti sono parzialmente abbattute per incastonare una struttura a ferro di cavallo più larga di quella precedente; il soffitto è distrutto per permettere ledificazione del terzo ordine ed infine anche la zona del palcoscenico viene ampliata demolendo parte di uno scalone cinquecentesco risalente ai Bentivoglio. Il teatro alla fine dei lavori risulta raddoppiato e ha una capienza intorno ai 300 posti a sedere su tre ordini di palchi sostenuti da esili colonnine in ghisa.
Unico elemento mantenuto del Teatro Principe di Fattori è il numero di palchetti del primo e second'ordine: tredici (escluso il proscenio).
Il Teatro Sociale costruito a cultura e diletto della cittadinanza apre i battenti nell'autunno del 1907. L'articolo 16 dello Statuto della società teatrale dice:
Il teatro è in linea di massima destinato per le sole rappresentazioni d'opere musicali drammatiche, di canto, veglioni e feste da ballo, trattenimenti di giochi di prestigio, marionette, esclusi i burattini.
Ed infatti l'inaugurazione avviene con una stagione operistica di grande successo che mette in scena la Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni e i Pagliacci di Ruggero Leoncavallo: 1,20 lire in platea, 0,60 in loggione.
Negli anni successivi la febbrile attività del teatro vede la messa in scena della Carmen di Bizet, del Barbierie di Siviglia di Rossini, del Don Pasquale di Donizzetti e della Gioconda di Ponchielli. Nel 1912, probabilmente in seguito al successo avuto dagli spettacoli messi in scena si decide l'ulteriore allargamento del palcoscenico che assume dimensioni inusitate per un teatro di provincia. Per allargare il palcoscenico si demolisce ancora, e per sostenere la struttura del palazzo viene costruito un grande arco a sesto acuto che ancor oggi regge titanicamente il tetto e rappresenta con la sua mole uno degli elementi più suggestivi del teatro stesso.
Con la Grande Guerra l'attività del teatro si ferma, ma riprende già nel 1919 e sino al 1923 si registra il periodo più vitale del Teatro Sociale con ben undici repliche della Bohème di Puccini, dell'Andrea Chènier di Umberto Giordano e della Tosca, anch'essa di Puccini. L'attività lirica cessa nel 1936, quando con la Norma di Bellini ha luogo l'ultima rappresentazione.
A fianco dell'attività lirica il Teatro già dal 1907 ospita le feste da ballo e i veglioni organizzati da un gruppo di giovani operai che si fanno chiamare la Palanca Sbusa (il soldo bucato, cioè senza valore alcuno). La Palanca Sbusa che per lungo tempo a Capodanno e a Carnevale organizza affollatissime feste è composta da:
- Amedeo Alberini, detto Malghes, bracciante, capo della compagnia;
- Camillo Spaggiari, detto Buseca, muratore;
- Primo Maggiori, muratore;
- Costantino Moggia, muratore;
- Davide Califfi, detto Ciapela, custode del macello;
- Silvio Soliani, detto Silvion, muratore, grande oratore dialettale;
- Vecchi Oreste, carrettiere;
- Guido Bontempelli, elettricista;
- Feliciano Verzellesi, elettricista;
- Vittorio Re, detto Iupèn, operaio.
Negli anni Trenta all'attività del Teatro si affianca quella del Cinema. In loggione con sottili tramezzi in muratura viene ricavata la cabina di proiezione, viene acquistato un grosso proiettore Fedi e comincia il frenetico ronzio delle pellicole. Ben presto il Teatro di Gualtieri diviene il fulcro dell'attività teatrale e cinematografica della Bassa Reggiana, punto di riferimento per tutti i paesi vicini. Le famiglie dei palchettisti popolano il teatro, i ragazzi si amano nel buio e rannicchiato in loggione Antonio Ligabue si incanta di fronte alle figure esotiche che dalle pellicole passeranno trasfigurate sulla sua tela. Nel 1951 il Po rompe gli argini e Gualtieri è allagata. In Teatro l'acqua raggiunge il livello della balconata di prim'ordine dove ancor oggi rimane il segno lasciato dalle acque.
L'attività del Teatro continua fiorente per tutto il dopoguerra, con concerti, spettacoli di varietà , di prosa e naturalmente con il cinema. Indimenticabili nella memoria dei gualtieresi rimangono i veglioni di Capodanno e di Carnevale. Poi, col passare degli anni, l'attività teatrale comincia a ridursi. A poco a poco il numero degli spettacoli diminuisce sino a lasciare il posto alla sola attività cinematografica. Siamo negli anni 70.
Ma ben presto anche il cinema fatica a competere con il proliferare delle televisioni e il Teatro di Gualtieri vive quella fase discendente che ha vissuto ogni cinema che si rispetti: gli ultimi film proiettati in sala sono scadenti pellicole a luci rosse di cui ancor oggi reca testimonianza il cartello VIETATO MINORI DI 18 appeso nella vecchia biglietteria.
Nel 1979 il teatro viene chiuso al pubblico per seri problemi strutturali. Cominciano a questo punto vari interventi di consolidamento della struttura tra cui la risistemazione del tetto, la cucitura delle murature e la messa in sicurezza di solai e controsoffitature. Durante gli interventi per montare i ponteggi è necessario anche rimuovere il palcoscenico che è tutt'ora mancante. L'oculata ristrutturazione dell'edificio portata avanti dall'Ingegnere Giuseppe Pecchini però, terminato il consolidamento, si blocca per la mancanza dei fondi necessari a portare a termine i lavori. I lavori si fermano e il Teatro Sociale è ancora chiuso.
Passano gli anni, i fondi non arrivano e forse nessuno li cerca, e pian piano il teatro comincia ad essere dimenticato: i gualtieriesi cominciano a perdere coscienza di quest'ala di Palazzo Bentivoglio e il Teatro Sociale si atrofizza poco a poco anche nella memoria. Solo in pochi ricordano nostalgici l'età aurea dei veglioni, della lirica e degli amori clandestini dei palchetti, ma sui velluti intanto si va posando una polvere spessa e unici inquilini dell'edificio rimangono i piccioni.
Negli anni, pur di utilizzare lo spazio in qualche modo, tra le murature dirute che sostenevano un tempo il palcoscenico viene allestito il presepe natalizio. Siamo all'ultimo atto. Nel 2004 la Società del Teatro istituita nel 1905 per 99 anni cessa di esistere: il Teatro è definitivamente dimenticato.
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