Recensione: “L’eco della falena”

Una piacevole confusione. L’eco della falena di Cantiere Artaud

C’è un dato che risulta subito evidente dopo aver visto L’eco della falena, spettacolo di Cantiere Artaud andato in scena venerdì 28 agosto al Teatro Sociale di Gualtieri: la proposta di questa giovane compagnia ha ben poco a che vedere con le teorie del drammaturgo francese a cui il regista Ciro Gallorano e gli interpreti Sara Bonci e Filippo Mugnai dichiarano di ispirarsi. Se infatti Artaud proponeva un teatro basato sulla scomposizione dei corpi e della voce, un teatro che si riscoprisse rito iniziatico, che fosse profezia e minaccia, di cui lo spettatore in ogni momento comprenderà “che è una cosa grave e che non ne uscirà integro”, L’eco della falena si muove su un sentiero opposto, abbracciando una drammaturgia che trova nell’immagine e nella costruzione scenografica i suoi elementi centrali. Ci sembra allora paradossale, o quantomeno controproducente per la compagnia, la scelta di restare fedele a un nome che non rispecchia la strada poetica che si è scelto di percorrere. Ma tralasciando manifesti e denominazioni, L’eco della falena si distingue senz’altro per la cura nell’allestimento, mettendo a punto una narrazione che procede per quadri scenici ed evocazioni di atmosfere.

In scena una giovane donna (Sara Bonci) attraversa a passi nervosi una stanza: spazio fisico, identificato da oggetti essenziali (un letto, uno scrittoio, un piccolo lavabo e due grandi porte dietro cui talvolta si agitano ombre inquiete), ma anche spazio mentale. Il disegno delle luci infatti, così preciso e affilato, isola gli oggetti gli uni dagli altri, dando l’impressione che ognuno degli elementi della scena galleggi in una specie di vuoto onirico, o in una dimensione trasfigurata dalla memoria e dal ricordo. Per tutto lo spettacolo la protagonista si relaziona a questi oggetti, attraverso gesti ordinari e al tempo stesso espressivi, che vengono disturbati ogni volta che in scena irrompe un personaggio maschile (Filippo Mugnai). Se si tratta di un personaggio in carne e ossa, di un demone o di una figura simbolica, non ci è dato saperlo: nelle sue mani la protagonista diviene un manichino, un corpo fragile e inquieto che si lascia manipolare senza reagire.

Difficile anche stabilire l’identità della protagonista: nelle intenzioni di Cantiere Artaud, lo spettacolo vuole essere una trasfigurazione della vita e delle opere di Virginia Woolf, e i riferimenti alla scrittrice non mancano, ma non sono sempre immediati. Gli abiti e lo stile dell’arredamento rimandano senz’altro a un’ambientazione di inizio Novecento, inoltre nella prima parte dello spettacolo vediamo questo personaggio sedersi al tavolo e scrivere – un gesto che però dura solo pochi secondi; nelle pietre che pendono sul palco – forse l’elemento più raffinato della messinscena – possiamo poi vedere un riferimento al suicidio della scrittrice, che riempì le tasche di sassi e si lasciò annegare nel fiume Ouse. L’attrice si avvicina, le sfiora, si diverte a farle oscillare, quasi fossero un gioco segreto o un pendolo inquieto che scandisce l’andamento dell’intero spettacolo.

Che si tratti esattamente Virginia Woolf, però, non è chiaro: alcuni gesti dell’attrice, così come una registrazione sonora (uno dei pochissimi momenti in cui si fa ricorso alla parola) richiamano i personaggi di romanzi come Mrs Dalloway o Le onde – ma si tratta di brevi accenni, rimandi sporadici e difficilmente interpretabili per chi non conosce appieno le opere di Woolf. Forse l’intenzione di Cantiere Artaud era di mettere in scena lo stesso processo di scrittura, per cui un autore parte dal proprio vissuto per poi diventare altro da sé, inventando mondi e personaggi; operazione di per sé interessante, ma che in una messinscena sovraccarica di oggetti e simboli – fra l’altro non sempre sfruttati, come il carillon, i giochi d’infanzia e l’orologio sul tavolo, tutti usati per pochi secondi e poi abbandonati – finisce per generare confusione e disorientare lo spettatore.

Appiattire poi il mondo di Virginia Woolf alla sola dimensione della sofferenza, ci sembra quantomeno riduttivo. Che dire dell’acutezza, della passione civile, dell’ironia che traspaiono dai suoi saggi e diari? Che dire del rapporto intenso eppure complicato con il marito Leonard, che dire del desiderio bruciante per l’amica Vita Sackville-West, sparpagliato in centinaia lettere (“E potresti anche tagliarmi i capelli” le scriveva Woolf, “ne nascerebbero tante piccole talpe”)? Che dire dell’analisi spietata del quotidiano, costante in tutti i romanzi, quel “canto del reale” che presta attenzione alle minuzie, ai dettagli, ai pensieri più frivoli e a quelli più acuti, laddove la visionarietà è solo un punto di arrivo, la conseguenza di una scrittura insieme magmatica e lucidissima? Non si chiede certo alla compagnia di rappresentare ognuno di questi aspetti, ma se si sceglie di focalizzarsi su un personaggio tanto complesso e sfaccettato, qualcosa di questa complessità dovrà pur trasparire.

Nell’insieme L’eco della falena si presenta come un lavoro piacevole, incapace però di generare domande, riflessioni o curiosità. Le invenzioni sceniche raffinate e l’indubbia sensibilità estetica risultano soffocate da un eccessivo simbolismo e da una più generale confusione di fondo. E così anche l’eleganza e il magnetismo di Sara Bonci restano un potenziale inespresso, un’energia promettente che si riesce a intravedere solo a tratti. Gli elementi per un’evoluzione più consapevole, però, ci sono tutti, e confidiamo che un lavoro di pulizia e scrematura la compagnia saprà trovare la propria strada.

Giulia Oglialoro, Eleonora Poli

 

Visto al Teatro Sociale di Gualtieri il 28.08.2020