Arianna Scommegna si racconta a DU30.

Arianna Scommegna

“Voi cosa ci fate qui?” Spiazzante, vulcanica e coinvolgente Arianna Scommegna ha esordito così all’incontro con la giuria critica e popolare di Direction Under 30 alla Biblioteca di Guastalla. Invertiti i ruoli, l’attrice milanese della compagnia Atir ha realizzato una breve intervista al suo pubblico, ponendo un grande e spinoso interrogativo: “Che ruolo ha la critica, a cosa serve?”. Le risposte dalla platea sono state diverse, per qualcuno la critica teatrale conserva ancora un funzione promozionale dello spettacolo, per altri essere critici significa prendersi la responsabilità di analizzare e giudicare un lavoro frutto di grande fatica. Altra funzione riconosciuta alla critica è quella di essere protagonista di uno scambio con l’attore, stimolare il ragionamento. Qualcuno infine fa notare che il critico attraverso le parole istaura un dialogo con lo spettatore sullo spettacolo, poiché c’è bisogno di un’attenzione nei confronti del pubblico. Come in un gioco delle parti, dopo il confronto sul ruolo, la sorte e il destino della critica, inizia l’intervista alla protagonista dell’incontro.

Che cosa è il teatro? A cosa serve?

Il teatro è per me un luogo di parità, in cui qualcuno racconta qualcosa a qualcun altro. Siamo tutti esseri umani, c’è chi è capace di tradurre con una buona scrittura la visione di uno spettacolo e si dedica alla critica, ma è comunque un viaggio che si fa insieme, spettatore-attore in una dimensione comunitaria. Quando si istaurano relazioni di potere, il teatro si snatura, perché è un luogo dove si prova a respirare insieme. Avendo frequentato l’Accademia Teatrale Paolo Grassi, ho una formazione che ha valorizzato il lavoro di gruppo  segnando il mio cammino. Abbiamo avuto come insegnante Gabriele Vacis e sono stati anni fortunati in cui abbiamo imparato l’esercizio della condivisione. Il bisogno di stare insieme era così forte che il 17 maggio 1996, finita la scuola abbiamo formato un gruppo: una regista, una scenografa e un piccolo gruppo di attori, pian piano di sono aggiunte altre persone. Abbiamo fondato una compagnia per avere un luogo in cui poter guardare da più punti di vista e  dopo 20 anni siamo ancora insieme, desiderosi di rimanere insieme anche se la convivenza è un’arte che bisogna imparare.

Nel tuo percorso artistico hai approfondito diversi filoni alternando drammaturgia contemporanea dai toni pop come Nazionalpopolare e Potevo essere io  con incursioni nel teatro civile ai classici con Cleopatras e MaterStrangoscias di Testori. Sono direzioni opposte o c’è una linea comune?

La mia è una ricerca poetica volta a realizzare opere teatrali comprensibili ad un pubblico il più ampio possibile. Il teatro deve essere comprensibile a tutti, anche se a volte si può rivelare un’operazione rischiosa, il pericolo di scivolare nell’omologazione, nella banalità è dietro l’angolo. Realizzare spettacoli che non siano autoreferenziali e troppo artificiosi significa accettare che ci siano diversi livelli di comprensione. All’inizio c’è la necessità, l’impulso verso un argomento da sviluppare, poi pian piano si capisce cosa ha originato il bisogno di indagare il tema, in Nazionalpopolare attraverso la storia della televisione si ricostruisce un ventennio di storia politica italiana, Potevo essere io indaga la solitudine della provincia. Giovanni Testori è un autore apparentemente incomprensibile, se vissuto dal punto di vista dell’estetica, ma se si indaga il senso è molto più vicino a noi di quanto possiamo pensare. I Tre Lai sono un disperato addio alla vita, un congedo scritto in un letto d’ospedale attraversando le dolorose fasi prima degli ultimi giorni di vita. Il mio interesse principale è la ricerca dell’autenticità. Essere autentici e fuggire la menzogna in qualsiasi forma teatrale.

Nel tuo lavoro sembra essere centrale la relazione con il territorio, Qui città di M. è dedicata a Milano, Potevo essere io guarda alle periferie, e la vostra compagnia Atir è molto radicata nel quartiere di Abbiategrasso a Milano.

Il teatro ha un ruolo importantissimo nel territorio, perché non può esistere senza una dimensione comunitaria. Qui città di M. è un giallo il cui tema di fondo è il bisogno all’interno della città di avvicinarsi. Potevo essere io di Renata Ciaravino è un racconto duro e crudo della vita nelle periferie milanesi, molto simili a quella dove sorge il Teatro Ringhiera, la zona Gratsolio a sud est di Milano. Circa 10 anni fa come compagnia cercavamo uno spazio nostro, un punto di riferimento in cui ritrovarci, il comune di Milano mise a disposizione questo teatro in un’area degradata della città, zona franca di tossici e priva di oasi culturali. Non è stato facile ma abbiamo lavorato per cercare di cambiare le cose. Abbiamo sentito il bisogno di condivisione senza ideologia ma con etica, buoni principi, accoglienza. Una struttura in cui le persone non formano la massa ma vengono riconosciute come individui dotati di spirito critico.

 


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