Long-Form: “Festival in due movimenti”

I festival sono strani: in un tempo concentrato di pochissimi giorni ci si ritrova in un microcosmo perfettamente bilanciato, in cui identità distinte provenienti da differenti cammini si incontrano per condividere un’esperienza collettiva. Si entra a far parte di una piccola comunità, fondata su regole non-scritte in cui tutti, pur mantenendo la propria individualità, si riconoscono. Ma cosa crea questo equilibrio? E che cosa accade quando la forza centripeta del festival si distende? 

 

Ipocentri di propagazione 

Tante cose, prima di assumere una forma, sono idee. Possono nascere nei più svariati modi: da parole dette con leggerezza davanti a un caffè, da progetti complessi studiati per anni, da minime suggestioni. Spesso si sviluppano da un’urgenza, più o meno dichiarata. Nel caso dei festival teatrali, si potrebbe dire che questa esigenza sia un tentativo di combattere la solitudine?

Per iniziare si potrebbe raggiungere un luogo protetto, per esempio un paese di provincia che conta a mala pena sei mila abitanti, nella Bassa. Nel 2005, per caso, un gruppo di ragazzi appena ventenni entra nel Teatro Sociale di Piazza Bentivoglio a Gualtieri. Davanti a loro, come fossero proiezioni olografiche, spostandosi tra le macerie e la polvere, vedono già il futuro. L’intuizione di rovesciare la prospettiva architettonica e rendere la zona dedicata ai palchi un palcoscenico, trasforma quel piccolo ritrovo in un esemplare unico. Con il teatro non più abbandonato, è come se anche la città riacquistasse colore.

Questo è solo il primo movimento, un sasso nell’acqua del Po, che ha permesso lo sviluppo di Direction Under 30, il primo festival di teatro interamente dedicato alla nuova scena emergente, con spettacoli selezionati e giudicati da giovani sotto i trent’anni. Il turbinio di ragazzi che lavora attorno a questo progetto genera la prima crespa sulla superficie dell’acqua, mentre il continuo andare e venire di giovani diventa certezza, creando un’abitudine difficile da perdere.

«La difficoltà di essere in un paese piccolo e difficilmente raggiungibile» racconta Andrea Acerbi «è compensata da un’organizzazione a monte che concede momenti collettivi di confronto e dialogo. Questi giorni di festival creano una dimensione di riconoscibilità: attorno ai tavoli nasce la volontà di ritrovare le stesse facce al di fuori di questo intenso contesto e di alimentare progetti e amicizie». 

Perché DU30 non è solo teatro in città, è anche l’ostello lungo il fiume Po, sono i dibattiti tra le due giurie, il papavero del bar sotto al portico. Sono questi gli altri elementi che scaturiscono la  seconda increspatura nell’acqua, garantendo al festival una vitalità che prosegue ormai da nove anni.  La condensazione di queste attività è talmente intensa che il suo rilascio è prolungato fino all’edizione successiva, facendo scomparire la distanza temporale: il tempo si fa relativo, sembra sempre ieri.

Anche perché poi finisce tutto in una notte: si decretano i vincitori e la tensione che accomuna gli abitanti dello spazio festival si allenta improvvisamente. Finiti i momenti di condivisione, di dibattito e di risate, non rimangono che singoli frammenti. Senza neanche accorgercene, ci troviamo sul treno di ritorno, di nuovo nelle nostre individualità, piccoli isolotti solitari ma ancora pervasi da quelle spirali liquide che tengono al sicuro i nostri ricordi, ancora troppo freschi per essere elaborati. Il sasso infatti cade dritto, l’energia si propaga sotto la sottile cornice dell’acqua e il “noi”, divenuto nuovamente una moltitudine di Io, resta agganciato ai cerchi concentrici di quella forza di propagazione generata da festival Direction Under 30. 

 

Epicentri di riconoscibilità 

«Non sarò mai un’attrice in senso tradizionale, a me piace incontrare le persone, parlarci, scambiarci sensazioni», così risponde Laura Nardinocchi, protagonista dello spettacolo Arturo  insieme a Niccolò Matcovich. Le parole dell’attrice definiscono lo spirito del Festival: risate con attori e colleghi, immersione nel teatro dei giovani e la frenesia del produrre dibattito, scrittura e divorare ravioli di mezzanotte.

È interessante notare come l’esperienza di Direction Under 30 generi un sentimento di riconoscimento in tutta la grande macchina organizzativa, artistica, spettatoriale e critica. Ogni anno Direction Under 30 ospita giovani appassionati e aspiranti critici da tutta Italia, uniti da interessi comuni, animati dal desiderio di condivisione di idee e di progetti. Attraverso il meccanismo del passaparola, si trasmette un sentimento di fiducia nella validità e nella freschezza del progetto, che si conferma una volta entrati a teatro. A comporre il Festival oltre gli spettacoli, ci sono innanzitutto le persone e le relazioni: incontriamo gli spettatori over 30 che affermano di sentirsi  lontani dai contenuti messi in scena, ma di essere emotivamente vicini alle forme espressive con cui alcuni messaggi vengono veicolati; gli aspiranti critici, che lavorano con l’invito a mantenersi curiosi e analitici, a formulare opinioni, a tenersi vivi e dinamici nel confronto; ci sono poi i giovani attori, che si muovono indisturbati in uno spazio di libertà di pensiero e di azione. 

«Non vogliamo necessariamente trasmettere un messaggio, ma  portare in scena la nostra confusione», sottolinea Valeria Wandja, attrice di Anatomia di un fiore, che, insieme al collega Yonas Aregay, considera Direction Under 30 l’occasione perfetta per condividere sul palco una condizione personale che possa risuonare in ogni spettatore. Tuttavia, alcune opinioni espresse dalla Giuria Critica e dalla Popolare definiscono  questa una tendenza auto-referenziale, che rischia di rendere alcuni lavori chiusi e poco accessibili. in spettacoli come Partshótt di Dante Benazzo.  Ma è possibile affermare con certezza che l’artista debba abbandonare ogni forma di individualismo? Se per riconoscibilità intendiamo la comunicazione, la capacità di creare un circuito cognitivo ed energetico che si mette in funzione nell’atto teatrale, è indubbio che questo debba partire dall’artista e non dallo spettatore? Può darsi che la riconoscibilità non sia un discorso univoco?

Parlando di riconoscimento durante le interviste,  tra le altre è emersa un’altra questione ovvero l’aspettativa dell’attore rispetto alla risposta del pubblico. Alla domanda : «Cosa pensi che il tuo spettacolo lasci nello spettatore, che tipo di cambiamento o di non-cambiamento ritieni  possa apportare», gli attori  scelgono di non pronunciarsi formulando un’ipotesi precisa, ma limitandosi ad auspicare l’ascolto e la capacità di aprirsi ad una personale visione del reale, che sia essa condivisibile o meno.

Una riconoscibilità, quindi, visibile in se stessi e nell’altro, un modo di ascoltare e comunicare proprio di questa generazione e di questo luogo. Un vortice di pensieri e motivazioni che spingono queste personalità a concentrarsi in un solo luogo e a disperdersi poco dopo. 

 

Di Eleonora Poli e Marta Anna Bertuna