A cercare nel cielo, insieme. Report dalla tavola rotonda

Report dalla tavola rotonda di sabato 15 luglio 2023
a cura di Irene Buselli

 

Direction Under 30 ha compiuto dieci anni e, forse in un moto di ribellione pre-adolescenziale, quest’anno ha chiesto alla sua sezione critica di concederle uno spazio di attenzione nuovo, uscendo dalla cameretta della sola tre giorni di spettacoli e provando a inserirsi in un discorso più ampio. È nata così A cercare nel cielo, una raccolta di testi che tentano una riflessione multifocale su questi dieci anni di mutuo soccorso e teatro Under 30, redatti da L’Oca Critica, Stratagemmi, Teatro e Critica, Theatron 2.0 e Altre Velocità (che ne ha curato anche il coordinamento).

La raccolta è andata in stampa nei giorni immediatamente precedenti a Direction ’23, proprio mentre la quasi totalità dei suoi autori si stava preparando per riunirsi a Gualtieri e seguire il festival – nella forma di una Giuria critica leggermente atipica rispetto alle scorse edizioni, in cui i giurati venivano invece selezionati tramite call.

Nel pomeriggio della seconda giornata di festival, sabato 15 luglio, A cercare nel cielo è stata presentata all’interno di una tavola rotonda dedicata, la cui ambizione, più che di raccontare il lavoro in sé, era forse proprio quella di accogliere la sfida contenuta nel suo titolo: alzare tutti insieme il naso all’insù, strizzare gli occhi e indagare gli orizzonti, i contenuti, le esigenze e le domande che popolano la vasta distesa di nubi e stelle del teatro under 30 e di chi lo abita. I temi evocati nei testi sono quindi diventati piccole rampe di lancio per un confronto più ampio, a cui hanno partecipato, oltre alle due Giurie, diverse compagnie gravitanti o gravitate per Gualtieri, alcuni critici e altri addetti ai lavori dell’ambito teatrale.

Il primo punto ad animare la discussione è stato quello dell’autobiografismo, a partire dall’osservazione di quanto questa modalità sia pervasiva all’interno del teatro “giovane”, tanto da poterla indicare, oltre che come una tendenza in crescita, forse persino come una cifra stilistica e contenutistica di questa generazione. Ci si è chiesti allora se plasmare il racconto del mondo sul proprio vissuto individuale debba essere considerato un limite o una prospettiva universalizzante. Jacopo Neri (compagnia Eat the catfish) apre il dibattito tentando di individuare prima di tutto le ragioni di questa pervasività: veniamo da un’epoca, il cosiddetto postmoderno, che descriviamo in termini di crisi, tramonti e disincanti, e il lento tentativo di fuoriuscirne non può che passare dalla ricerca di un senso della realtà collettivo; in questo, l’autobiografismo può rappresentare forse il primo ancoraggio da cui partire, una via per trasformare la propria realtà in una porta d’accesso al mondo e alla sua complessità. Partire da ciò che per ciascuno è più facile conoscere – sé stessi – può essere un modo per muovere i primi passi verso l’alterità.

A questa visione si contrappone in parte quella di Riccardo Reina (Hombre Collettivo), che riconosce, sì, l’autobiografismo come la prima risposta e la più istintiva, ma la vede come fondamentalmente limitante, una formula che impedisce di compiere uno sforzo, in qualità di artisti, verso il superamento della fine delle grandi narrazioni. Il rischio è quello di non sfruttare del tutto il grande potere che ha il teatro di fare leva sull’immaginazione per andare a creare una comunità che si riconosca come tale. Inoltre, sfuggire alla tentazione di assecondare l’imperante richiesta di autonarrazione a cui anche i social ci sottopongono potrebbe essere un modo per non farci imporre questo modello dal presente e dai media dominanti. Michele Di Giacomo (attore, drammaturgo e direttore artistico) risponde proponendo di tracciare una linea di demarcazione tra autobiografia e autoreferenzialità, notando come sia possibile partire dal dato privato per poi allargare il racconto dal particolare all’universale, e che il discrimine stia quindi soprattutto nell’utilizzo o meno di questa potenzialità. Anche Roberta Gandolfi (professoressa associata in Discipline dello spettacolo) torna su questo punto: mentre sui social l’autonarrazione è essenzialmente autopromozione o angoscia da sparizione, a teatro raramente l’autobiografismo si riduce a questo, e può assumere connotati particolarmente virtuosi se riesce a farsi testimonianza.

Se questo primo confronto si sviluppa attorno a un aspetto all’apparenza strettamente drammaturgico, Alice Strazzi (Stratagemmi) suggerisce l’esistenza di una connessione tra l’autobiografismo – quindi la parcellizzazione del racconto – e la frammentazione sociale che l’attuale generazione di giovani adulti sembra vivere: se proliferano piccole comunità unite per obiettivi, sciami partecipativi estremamente coesi, in realtà queste bolle non sembrano concorrere quasi mai alla creazione di un organismo sociale più strutturato e largo, realmente in grado di costruire un’alternativa alle criticità del presente.

Il dibattito inizia quindi a snodarsi lungo diverse domande: è una questione di assenza di occasioni di incontro? O piuttosto una precisa rivendicazione della possibilità di isolamento da parte di questa generazione? Quanto la tendenza alla frantumazione è espressione di una connaturata e generale tendenza narcisistica e quanto invece è la cronica e sistemica mancanza di spazi dove farsi collettività a determinarla? E, se è una questione di spazi, come si collocano nella mappa i social e la loro possibilità di farsi piazza?

I molti contributi che si sollevano sfiorano la questione da prospettive diverse, tutte arricchenti e d’interesse, ma il riscontro più significativa in questo senso è forse il fatto stesso che nessuna risposta si delinei chiaramente al termine dell’incontro – sicuramente limitato dalla breve durata e dalla non completa rappresentatività dei partecipanti rispetto alle figure coinvolte dal tema, ma comunque fertile e partecipato. L’impressione generale è che le esigenze e rivendicazioni possibili di questa generazione teatrale siano in realtà difficilmente individuabili anche dai suoi stessi protagonisti, come se, pur così abituati a guardare e raccontare noi stessi in quanto individui, facessimo terribilmente fatica a immaginare di definire i nostri bisogni in relazione agli altri.

Quando, come singoli, inciampiamo nelle difficoltà, la nostra reazione primaria sembra quella di concentrare ancor più lo sguardo sui nostri passi, senza domandarci se un’azione collettiva sarebbe in grado di rimuovere ciò che è d’ostacolo a tutti, e di fatto senza cercare possibili alternative al nostro monadismo e al sistema che lo genera.

È ancora possibile, allora, creare occasioni come quella di Direction Under 30 e ricercare in esse l’idea preziosa di mutuo soccorso? È ancora urgente? Mentre Riccardo Paterlini (Teatro di Gualtieri) chiude la tavola rotonda chiedendosi se questo festival continui ad avere il senso che aveva in origine, ripenso al titolo della nostra raccolta: forse è davvero difficile, adesso, guardare dritti verso il cielo a occhio nudo e cercare di orientarsi; forse il primo movimento da fare, nel nostro incedere incerto, sarebbe smettere di guardarsi le scarpe e sollevare lo sguardo sugli altri, sulle similitudini dei nostri cammini, sulle strade che potremmo spianare unendo le forze.

E sui cannocchiali che, forse, potremmo costruire insieme.