Voci dagli interstizi – La Giuria Popolare sulla X edizione di Direction Under 30

Il testo che segue è il frutto della messa in comune, da parte di alcuni componenti della Giuria Popolare di questa decima edizione di Direction Under 30, di questioni venute fuori più volte negli interstizi che ci si trova ad abitare tra uno spettacolo e un altro, tra pranzi, cene e papaveri; intensi momenti di infra-ordinario cui abbiamo teso l’orecchio, all’interno di quel microcosmo che è il festival. Tali situazioni sono momenti senza nome in cui si annidano domande, si avviano discorsi, si creano legami: le intercapedini in cui può nascere una più o meno temporanea comunità.

La Giuria Popolare è un insieme molto numeroso di spettatrici e spettatori, rigorosamente under 30, e più o meno familiari all’esperienza del teatro, che ha il compito di visionare gli spettacoli finalisti durante i tre giorni di festival, discuterne internamente e con la Giuria Critica, e premiare, alla fine, uno dei sei spettacoli assegnandogli il Premio delle giurie. Solitamente, a riempire questo blog di contributi scritti di critica e recensione agli spettacoli è la Giuria Critica. Durante il festival di Direction Under 30 di quest’anno, però, è nata o maturata, forse più che nelle edizioni precedenti, la necessità di mettersi in dialogo, a posteriori, con il festival.

A partire da confronti nati più fuori che dentro i numerosi momenti di discussione che Direction mette a disposizione durante i suoi tre giorni finali, diamo spazio, qui di seguito, a una serie di riflessioni corali sul ruolo delle giurie all’interno del festival, sulla partecipazione, sulle nuove generazioni e, infine, sul festival in sé.

Under 30: una direzione (univoca)?
L.

Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane.
Italo Calvino

A Gualtieri, un paesino della bassa in provincia di Reggio Emilia, a pochi chilometri dalla Brescello di Don Camillo e Peppone, c’è un piccolo teatro all’italiana ormai da quasi vent’anni riabitato da una comunità di persone che amano il teatro e che hanno scelto di dedicare la propria vita ad esso. In questa realtà nasce Direction Under 30, un festival dei giovani per i giovani, uno spazio magico in cui una full immersion di tre giorni permette a sei compagnie selezionate di presentare uno spettacolo e concorrere al premio delle giurie riunite, una critica e una popolare, tutte rigorosamente under 30. Quello di Direction è solo uno degli spazi che oggi vengono riservati agli under 30 nel mondo del teatro. Queste realtà, in costante dialogo tra loro, si interrogano oggi sull’utilità e sull’efficacia di tale formula.

È davvero necessario creare degli spazi esclusivi – ed escludenti – per i giovani? Non si corre il rischio di semplificare la questione relegando i ventenni in un ambiente protetto fatto a misura per loro? Addirittura, non si limita in questo modo il dialogo e il confronto con le altre generazioni? E dopo i trenta? Cosa ne è degli under 40? Queste alcune delle questioni dibattute in sede della tavola rotonda (coordinato da Altre Velocità) a cui presenziavano giuria critica, popolare e artisti in gara. Tanti i quesiti posti e gli stimoli a riflettere su temi che ci riguardano direttamente.

Ma si percepisce anche una tendenza a trasformare questi spazi di discussione in momenti di riflessione sui giovani e non dei giovani per i giovani, sfiorando il rischio di istituire una sorta di processo agli under 30, in quello che al contrario dovrebbe essere un ambiente protetto. Fanno così eco le chiacchiere da bar “Eh ma questi telefonini”, tacciando i ventenni di eccessiva autorappresentazione del sé nonché di individualismo. Fortunatamente questa onda viene presto abbandonata per sottolineare un punto che mette tutti d’accordo: la necessità di trovare e creare spazi di comunità. E qui sorge il dubbio: ma i social non sono spazi, seppur virtuali? Vengono in aiuto le parole di “Argentovivo” (Silvestri/Rancore/Agnelli):

Avete preso un bambino che non stava mai fermo
L’avete messo da solo davanti a uno schermo
E adesso vi domandate se sia normale
Se il solo mondo che apprezzo
È un mondo virtuale

I social sono gabbie d’oro in cui veniamo reclusi, sempre più presto, salvo poi essere accusati se non riusciamo ad uscirne. Il Teatro, al contrario, è il luogo ideale per esprimere opinioni e sentimenti e ciò che emerge dai tre giorni di festival, forse unico punto di contatto tra tutti gli spettacoli, è il desiderio di esprimersi liberamente, di far sentire la propria voce, che sia in forma di autorappresentazione e autobiografismo, o che tratti tematiche sociali o, ancora, che unisca le due cose. Abbiamo tanto da dire, quindi eccoci: siamo la generazione di Milo Cotogno – non di Tonio Cartonio – e abbiamo finalmente la possibilità di dire la nostra, in uno spazio fisico quindi apparentemente più reale.

Siamo due giovanissime danzatrici di una compagnia affermata che si cimentano per la prima volta in una regia e coreografia, forse carente nella drammaturgia ma potentissima nell’esplosione dei corpi. Corpi femminili, sì, ma quasi androgini, che trasudano da tutti i pori la necessità di liberarsi in una danza che è gioco, sesso, acrobazia e burla. La musica, sempre più alta, invade tutto lo spazio scenico e trascina ballerine e spettatori in un mondo di riferimenti pop che solo i giovanissimi possono cogliere, perché questo spettacolo parla di noi.

Siamo un giovane che un giorno è incappato in un podcast di Barbero e si è appassionato alla vicenda storica di Kobarid – che non è Caporetto – ha visitato le montagne per rivivere le storie dei soldati e ci ha costruito uno spettacolo di clownerie, con riferimenti che spaziano da La guerra di Piero a Il grande dittatore, per mostrare l’universalità di un tema non riducibile ad invasori e invasi, ma semplicemente l’uomo nella sua miseria e impotenza. Sembra lontano eppure anche questo parla di noi, di tanti giovani costretti oggi a prendere le armi, a doversi difendere o a dover attaccare, perché se è vero che non tutte le guerre sono uguali, è altrettanto vero che un ragazzo a cui viene messo un fucile in mano è spaesato, qualunque sia la sua nazionalità.

Siamo tre ventenni che parlano d’amore e delle paure che lo accompagnano: timore, o meglio terrore, del coinvolgimento prima, della perdita poi e infine dell’oblio. Paure universali che, se ad alcuni sembrano proprie di un amore stanco di mezza età, in molti di noi riecheggiano con forza, come schiaffi in faccia perché, ancora una volta, parlano di noi, delle nostre storie e delle nostre difficoltà.

In un ambiente in cui i critici tendono a rinchiudersi in cerchie inaccessibili, gli operatori teatrali non più under 30 temono un futuro in cui continuare a non essere minimamente tutelati e i giovanissimi che si fanno largo e urlano per farsi sentire, una delle domande da porsi ulteriormente è: dov’è il pubblico? Perché il teatro oggi spaventa così tanto chi non lo conosce? Quali nuove strategie mettere in campo per avvicinare il non-pubblico? E forse, prima ancora, dobbiamo chiederci se siamo davvero interessati ad ampliare il nostro pubblico o se, al contrario, in fondo siamo comodi nella nostra bolla protetta, chiusa al resto del mondo.

Partecipazione: è così che si fa?
G.

La questione che mi viene da sollevare ripensando con distanza di qualche giorno dal festival è “Cosa vuol dire veramente partecipazione?”
Durante i tre giorni a Gualtieri si è discusso molto, di giovani, di teatro, di orizzontalità, di partecipazione, ma a che punto siamo davvero riguardo la partecipazione orizzontale ai festival e al mondo artistico nazionale?

Il lavoro del Teatro Sociale di Gualtieri ha permesso indubbiamente di creare un trampolino di lancio per giovani compagnie, la sua realtà permette di avere un sostegno economico senz’altro fondamentale per delle compagnie alle prime armi, permette di creare legami, confrontarsi con critici, artisti e pubblico in una relazione di mutua crescita, per le nostre passioni, le nostre persone e le nostre professionalità. Tuttavia viene da chiedersi: come rendere davvero partecipativo e orizzontale un festival, specialmente quando si parla di teatro giovanile?

In questi anni abbiamo notato come il target dei partecipanti al festival sia stato grosso modo sempre lo stesso – ma forse questa è più una pecca del sistema culturale, che non riesce veramente ad essere accessibile. Dove sono, in ogni caso, finiti tutti gli altri membri della nostra comunità nazionale? Chi non rientra nella comunità elitaria bianca cis-gender medio borghese? Come possiamo garantire e presentare questo spazio di condivisione anche a persone che a teatro non vanno poi così spesso? Quanto il prezzo dei biglietti per uno spettacolo fa da discriminante per l’andare a teatro? Come includere gli artisti che non vengono fuori da compagnie importanti, ma che negli anni hanno costruito ugualmente la loro professionalità? Come potremmo invertire la tendenza del mondo teatrale ad essere sempre più chiuso ed elitario, quando al suo nascere il teatro aveva funzione sociale, evocativa per tutte e tutti ai valori della collettività, al senso di collettività? Ci sarebbe da condurre un’indagine su quali strategie mettiamo in atto che allontanano il teatro dalla collettività.

In questi giorni di festival anche noi membri della Giuria Popolare abbiamo sentito questa distanza, questa a tratti non appartenenza, questa nostra presenza vista più come una momentanea concessione, e non come rappresentativa voce di un coro, di una seppur momentanea comunità, che a modo suo il teatro lo vive, lo studia, lo ama. Durante i caffè, i pranzi e le cene abbiamo discusso molto su cosa voglia dire essere giovani under 30 in questo Paese, su come ci siamo sentiti toccati dalle storie messe in scena che richiamavano a temi quali la famiglia, la violenza, la guerra, l’amore, l’ecologia, l’essenza della vita e gli sfocati confini della nostra identità. Avremmo voluto dire molte cose sugli interventi fatti durante la tavola rotonda ma ahimè non ci è stato lasciato spazio: forse la piccola comunità teatrale ha ricreato all’interno del festival le stesse dinamiche poco partecipative che crea all’esterno? E allora cosa possiamo fare per combattere questo vizio e costruire un Teatro che sia veramente sociale, forte delle idee, delle passioni e dell’eterogeneità delle sue comunità sia dentro che fuori di esse?

Confidiamo che nel percorso da fare insieme potremo tutte e tutti imparare nuove pratiche più inclusive e comunicative. Ad altri dieci anni di Direction, che in qualche modo ha cambiato le vite di tutti quelli che ne sono stati parte. Con l’augurio di trovarci ancora qui, parte di una comunità più forte, più bella, massimamente partecipata.

Ha senso per tre giorni l’anno condividere il sogno?
E.

La storia ha un andamento ciclico; l’evoluzione sociale ha un andamento ciclico. Ciò che non ci piace, da cui vogliamo prendere le distanze, che ci spinge a creare progetti sempre innovativi e “rivoluzionari” alla fine ci aspetta sempre alla soglia. Quella piazza gialla, segnata dall’alluvione del ’51, doveva essere il simbolo di un teatro che avrebbe accolto tutti, giovani e meno giovani, personalità note e meno. Un sistema diverso da quello che siamo abituati a abitare nelle città grandi dove corrono le metropolitane. Un’atmosfera protetta, un ventre materno caldo e rilassante a cui fare sempre ritorno, un arcipelago riunito sotto la stessa bandiera.

Quando si hanno 19/22 anni, si crede che il teatro, quello professionale, non si possa fare da soli, che serva una compagnia per riuscirci. Si partecipa a bandi insieme a gente conosciuta davanti a una birra, si fanno residenze con estranei che fino al giorno prima non avremmo neanche salutato in accademia, e si inizia a parlare di futuro insieme a chi, il giorno dopo aver finito il vostro progettino insieme, potrebbe non salutarti per strada. Ognuno ha il suo percorso, artistico e privato; convergere in un unico progetto, prima o poi, è tappa obbligatoria per chiunque. Per i più svariati motivi: perché non si ha abbastanza coraggio di affrontare da soli quel mare in tempesta che è il teatro contemporaneo; perché si ha bisogno di più voci per esprimersi facendosi sentire; perché i fondi sono sempre pochi e andando in gruppo è vantaggioso; perché dire al mondo cosa si vuole davvero dire fa paura.

Alla fine della fiera, però, dopo bandi scritti in chiamate zoom perché tu sei in uno stato e lui in un altro, dopo le nottate passate a provare quel dialogo perché nella tua testa suonava diverso, dopo chiamate interminabili con “quelli che ce l’hanno fatta” più grandi di te, sul palco, al caldo dei riflettori, rimani solo te. E allora, se è vero che siamo isole, ha davvero senso incontrarci? Ha senso incontrarsi per tre giorni all’anno e condividere il sogno di un teatro che dà voce ai giovani quando l’ex giovane stesso, di ormai ben 35 anni e senza più una compagnia, ritorna in quella piazza, per sentirsi di nuovo ascoltato? E se non fosse più necessario regalarci questa illusione, se non servisse più? Nessuno si è accorto di quel placido elefante con un dieci impresso sul manto che riposava al centro di quella tavola rotonda. Alla fine di tutti i dibattiti sulle esigenze collettive nessuno l’ha guardato negli occhi?

Unicità e crescita: si può ancora migliorare
M.

Direction Under 30 è un festival unico nel suo genere perché crea le condizioni per una crescita personale per giovani che organizzano e partecipano al festival. L’unicità del festival è quella di mettere a disposizione spazi comuni in un paesino del reggiano, creando un pretesto per far incontrare giovani under 30 e farli confrontare sul teatro dalla mattina alla sera per tre giorni. Per quanto mi riguarda ogni anno questo festival è stato un tassello importante per una mia crescita personale. Mi riferisco soprattutto all’esperienza della Direzione Artistica di Direction, che ritengo un’altra ricchezza di questo festival. Essa viene formata e guidata attraverso un processo abbastanza lungo e molto stimolante, prima di esercitare la responsabilità della selezione di sei spettacoli su venti a loro presentati.

Il pubblico
Secondo me, questo festival ha la potenzialità di educare un pubblico giovane al teatro e di avvicinarlo ad esso. Credo che già lo faccia con la Giuria Popolare e con la Direzione Artistica, ma credo che le persone che fanno parte di queste abbiano in un qualche modo già un qualche legame col teatro e credo sarebbe una sfida in più raggiungere anche giovani under 30 ignari al teatro. Sarebbe possibile? A quale prezzo? Quali formule si dovrebbero applicare? Si potrebbero organizzare delle navette per facilitare l’arrivo a Gualtieri?

Solo sei compagnie?
Le compagnie che partecipano al festival e che arrivano alla finale giovano dell’esperienza non solo perché concorrono ai due premi (il premio delle giurie di €4000 e il premio della critica che consiste in una replica a cachet al Festival Aperto), ma anche perché possono confrontarsi con altri giovani artisti; per mettersi in discussione con critiche esperte e non; incontrarsi con appassionati di teatro provenienti da tutta Italia e avere un riscontro da parte di spettatori loro coetanei; esperire nel teatro di Gualtieri collaborando con i suoi tecnici. Mi chiedo: non sarebbe interessante estendere queste occasioni di visibilità e incontro anche ad altre compagnie che magari non rientrano tra le prime sei selezionate in concorso per i premi ma che comunque potrebbero godere di una replica e la partecipazione al festival?

Gli incontri
Di incontri ce ne sono molteplici e tutti differenti fra loro, e credo che una maggiore strutturazione possa facilitare l’emersione di riflessioni e critiche più mature e maturabili, oltre che più fruttuose sia  per le compagnie cui sono destinate sia per noi spettatori. Gli incontri con le compagnie dovrebbero avere domande chiave sugli spettacoli? Sulle compagnie? Sui processi creativi? Tutti gli incontri (con Giuria popolare e critica, artisti ed esperti) dovrebbero avere più spazio, ed essere facoltativi, con lo scopo di poter riflettere sulle tematiche del teatro, come ad esempio la questione sollevata sull’autobiografismo, sugli spazi, durante la tavola rotonda con la critica. Gli incontri a giurie riunite, anche quelli forse dovrebbero essere strutturati meglio, con domande chiave e con scopi ben specifici. Anche qui i ruoli delle guide, sono fondamentali e molto delicati. Bisogna interrogarsi molto sul ruolo della guida. Forse dovrebbero esserci anche degli incontri fatti per gli artisti. Questo perché, da quel che noto, tutti gli incontri sono organizzati per le giurie e mai per gli artisti. D’altra parte, però, le tre giornate di festival sono sovraccaricate e rimane poco tempo per i momenti di informalità e mescolanza tra persone più che tra ruoli. Forse bisognerebbe fare da una parte meno incontri, o comunque incontri da meno tempo ma più mirati, in modo da non disperdere informazioni ed energie e dall’altra prendersi magari quel giorno in più di cui già giova la Giuria Critica, per formare e guidare un minimo la Popolare al proprio ruolo.

La guida nella giuria popolare
La guida nella Giuria popolare è un ruolo fondamentale e va curato, va strutturato per bene. Ritengo fondamentale che nel festival ci siano i Senior che si prendono cura della struttura degli incontri e che dirigano e indaghino le discussioni. Penso ai Senior di Altre Velocità nella giuria critica. È giusto che all’interno dello staff e dell’organizzazione ci siano i “Senior”. Ma che ruolo devono avere? Quali limitazioni dovrebbero avere in modo da lasciare il più possibile spazio, responsabilità e potere ai giovani under 30? Bisognerebbe coinvolgere forse più fasce d’età (giurie e artisti under 30, staff e organizzazione under 40)? E i tecnici? Quanto si vuole rendere il festival “giovane” e a quale prezzo?

Celebrazione e fine del festival
E.

Birra in mano, basilico tra i denti: tracce di un pezzo di pizza appena masticato. Il festival è finito, la festa finale invece appena cominciata. Che cosa si celebra davvero alla fine di un festival? E soprattutto, in un festival come Direction? Come quantificare il peso delle tracce che tre giorni di intensa vita comunitaria lasciano? E poi, come categorizzarle, queste tracce? In base a cosa pensarle, ripensarle, fissarle nella memoria, personale e collettiva, per esempio su un foglio di lavoro condiviso?

Chiudo gli occhi, e le tracce che sento, vedo e annuso sono – in ordine sparso, libero, fluido:

il fruscio delle foglie mentre stendo il tappetino da yoga sull’erba con G., nell’attesa del risveglio delle altre persone;
la voce di M. che canta libera una canzone reggae sulla sua macchina, che è poi una casa;
le creme al caffè, i succhi minuscoli, le albicocche, i taralli e tutte le altre piccole cose condivise che forse ora mi sfuggono;
lo sguardo di L., mentre balliamo Cosmo;
il cuore che batte intrepidamente prima di esprimere la mia opinione;
il sorriso di S e R;
il cuore che batte follemente quando sento opinioni, atteggiamenti, parole tanto in contrasto con me;
il sudore di B. e la sua fatica; il cuore che batte speranzoso quando sento la mia anima risuonare con altre mentre le ascolto;
l’emozione di alcune compagnie nel parlare dei propri lavori; la bellezza e la sensibilità di quei lavori;
i miei occhi che incontrano quelli di G. e G. mentre ci raccontiamo preziose conquiste della nostra libertà;
le lacrime piante, quelle asciugate e abbracciate, ma anche quelle viste da lontano o appena percepite;
l’abbraccio di S.

Per cui, cosa si celebra davvero alla fine di un festival come Direction? Forse non c’è una sola risposta, forse infinite. Posso provare a dire la mia: a me piace pensare che si possa celebrare quel sentore di comunità e di riconoscimento che tante volte mi è capitato di annusare durante quei tre giorni, intessuti da tante persone che incarnano mondi e visioni del mondo differenti, concretizzati tramite un’azione quotidiana delicata e al contempo martellante. Ciò che auguro, per davvero, è un’apertura ancor più sincera al dialogo e alla comprensione, in una dimensione in cui il confronto possa diventare davvero strumento di mediazione, guardando oltre al colore del cartellino che contraddistingue i gruppi di lavoro operativi durante il festival. Confliggere, scontrare una cosa con un’altra – in questo caso pensieri, opinioni, visioni – nel tentativo di intersecarsi in quelle piccole intercapedini in cui il senso può vacillare un po’, ma per lasciare spazio al proprio pensiero di mutare e tempo al giudizio per fuggire via.

Guardo in alto: il cielo è terso. Il basilico tra i denti non c’è più, ma la musica della festa è ancora lì, in lontananza, che vibra.

Nota finale

Nel festival di Direction Under 30 di certo ci sono diversi nodi da sciogliere, a partire da quel corto circuito che crea la contraddizione tra l’essere uno spazio di incontro tra artisti e spettatori e la competizione che inevitabilmente si presenta quando in un festival si inserisce un premio. Nel nostro contributo, in aggiunta ad “A cercar nel cielo” della Giuria Critica di questa edizione, abbiamo esplorato alcuni degli anelli deboli di un festival che nei suoi primi dieci anni di vita è cresciuto, diventando un punto di ritrovo e di riferimento per tutte le persone e le compagnie under 30 che sono passate per Gualtieri e per il Teatro Sociale. In forma quasi ancora germinale abbiamo consegnato al festival suggestioni, suggerimenti e memorie per ringraziare i ragazzi del Teatro Sociale di Gualtieri e per spronarli a ri-pensare pratiche di partecipazione e di inclusione tanto per gli artisti che per i giurati, per gli spettatori. Ci aspettiamo di ritrovarci nei prossimi anni in un ambiente sempre e davvero inclusivo e, chissà, di ampliare la possibilità a più persone di gravitare intorno a questa comunità temporanea eppure densa e prolifica che ci fa tornare ogni anno dove il teatro ci ha accolti.